Hellcab: risposte incidentali. (B Salotto, H Mansarda)
Alcuni anni fa mi è stato chiesto, penso più per narcisismo retorico che per reale interesse etico, quale ritenevo essere il senso della vita. Oggi, con relativa sicurezza, potrei rispondere di essere convinta che il senso della vita sia “essere utili”, non importa in che modo, a quali o a quante persone. “Essere utili” con la propria esperienza o con la propria creatività o per il solo fatto di esistere; lo si è anche a dispetto di se stessi. Più la nostra esperienza ha visibilità più si ha un immediato riscontro del valore della nostra esistenza, ciò non rende noi stessi modelli necessariamente positivi, ma utili sì. Da ciò la necessità di un legame diretto o indiretto con gli altri.
Ho letto che Schopenhauer resiste ancora e sono d’accordo, penso altresì che se le esigenze della storia, della natura, dell’universo non sono quelle di una persona in particolare, non necessariamente queste non possano coincidere.
Basta una piccola astuzia ovvero quella di cogliere dalla cascata di opportunità della vita ciò che è strumentale al risultato, certo il lavoro è certosino e serve pazienza; in questo senso l’uomo ha una parte fortemente attiva.
Non amo le crisi esistenziali e non sono mai stata soggetta ad esse, trovo che a suo tempo la vita sveli tutte le risposte, ma alla luce di queste considerazioni comprendo il dolore della solitudine e la frustrazione, il senso d’impotenza, quando ci si trova davanti ad un’ingiustizia: tutto ciò infatti è intrinsecamente contrario all’esistenza. Probabilmente queste sono le risposte che cerca anche il protagonista di “Hellcab”. Il film è ben interpretato, buona l’idea che si presta ad una serie di cammei posti nelle mani di un cast significativo, non l’ho trovato comico come viene presentato, ma soprattutto, Freud avrebbe trovato una serie di casi meno patologici in 14 ore di lavoro in un ospedale psichiatrico! Surreale, un po’ noioso.
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